Intervista a Vittorio PodestąVersione stampabile


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Abbiamo avuto l'opportunità di intervistare Vittorio Podestà, atleta paralimpico che proprio durante le paralimpiadi di Rio è riuscito a portare a casa due medaglie d'oro. Una persona forte e determinata che ha risposto con disponibilità a tutte le nostre domande.

Come descriveresti a mente fredda la tua esperienza di quest'anno alle paralimpiadi?

Senza dubbio è stata un'esperienza estremamente positiva, non solo per le mie due medaglie d'oro ma anche per il successo di squadra incredibile che abbiamo ottenuto: cinque medaglie d'oro, due d'argento e due di bronzo solo nell'ambito dell'Handbike, credo che nessuna nazione abbia ottenuto questi risultati in questo settore. Una grande soddisfazione è stata anche riuscire mano a mano a costruire una squadra, essendo io stato il primo a portare un titolo internazionale all'Italia nel 2007 ho potuto trasmettere la mia esperienza ad altri atleti. Tirando le somme posso dire che nella mia prima paralimpiade c'è stata la rabbia per aver perso un oro, piuttosto che la gioia per aver vinto un argento, nella seconda paralimpiade la rabbia si è tramutata in felicità per aver portato a casa tre medaglie, due di bronzo individuali e una d'argento in squadra, e infine si è giunti all'apoteosi di quest'anno, dove io e i miei compagni abbiamo fatto qualcosa di veramente spettacolare.

Definiresti il risultato di quest'anno come il coronamento del tuo percorso come atleta?

Certamente, sembra superbo da dire ma ormai ho vinto tutti i titoli più importanti nell'ambito del paraciclismo quindi potrei dire di aver finito, ma invece rimane la passione per questo sport. Penso di aver ancora molto da dare non solo con nuovi risultati ma anche continuando l'azione di diffusione di questa disciplina e con l'insegnamento delle tecniche giuste; è uno sport dove è molto importante trasmettere la propria esperienza e dove conta molto l'integrazione tra atleta e mezzo da gara. Penso di avere molte capacità tecniche da trasmettere agli atri quindi c'è ancora molto da fare.

In pochi possono vantare di aver partecipato tre volte alla paralimpiadi, puoi dirmi qual'è stata quella che hai affrontato con più serenità?

Ovviamente la serenità va di pari passo con l'esperienza. Non si è mai serenissimi ad una paralimpiade: essendo un evento così importante un po' di tensione c'è sempre ma l'esperienza ti aiuta ad affrontarla. In particolare quest'anno ho avuto una stagione un po' travagliata per via di vari problemi fisici ed ero molto preoccupato, ma quando i problemi hanno iniziato a risolversi sono riuscito a raggiungere le mie prestazioni migliori, quindi ho affrontato le gare con notevole serenità; se si conoscono bene i meccanismi molte cose vengono naturali, dunque posso dire che l'esperienza mi ha aiutato a gestire la tensione e le attese su di me. Quindi sì, le paralimpiadi di Rio sono state quelle che ho vissuto meglio e con più tranquillità.

Da sportivo hai raggiunto il traguardo più alto possibile, cosa vedi nel tuo futuro?

Non abbandonerò questo mondo, probabilmente continuerò con le competizioni ma questo dovrò capirlo nei prossimi mesi. In un atleta scattano dei meccanismi che permettono di capire se si ha ancora qualcosa da dare e se la passione viene ancora naturale oppure se è giunto il momento di smettere. Anche se dovessi smettere con le competizioni sicuramente resterei nell'ambiente per contribuire alla formazione di nuovi atleti che dovranno sostituirci per fare in modo che arrivino altri riconoscimenti da questa attività. Ancora non ho pensato seriamente al futuro perchè sono alla fine di un ciclo lungo e tortuoso e non è facile alzare la testa e guardare avanti ma so che la mia passione mi guiderà nel prendere la decisione migliore.

Torniamo indietro, come hai scoperto l'handbike?

Ero un appassionato ciclista e dopo l'incidente ovviamente ho dovuto abbandonare la bicicletta e questo è stato il mio cruccio maggiore. La svolta è arrivata quando un mio amico mi ha fatto provare un mezzo di gara per handbike e in quel momento credo di averci visto quasi un diamante grezzo da far diventare brillante, essendo un mezzo molto diverso da quello che utilizziamo oggi. Non avrei mai potuto immaginare di riuscire raggiungere questi risultati ma posso dire che l'incontro con questa disciplina è stato un vero colpo di fulmine.

C'è qualche consiglio che vorresti dare ai giovani che vogliono avvicinarsi allo sport?

Ognuno dovrebbe essere aiutato a scegliere l'attività che lo appassiona di più, così da ridurre il rischio abbandonare strada facendo. Non bisogna per forza diventare atleti ad alti livelli ma credo che lo sport debba far parte della vita di ogni ragazzo esattamente come la scuola; il binomio scuola-sport mi è stato infatti molto utile nel momento più duro della mia vita che è stato quello dell'incidente, quindi la volontà di non arrendersi. Una disabilità come la mia è vista dalla società come molto invalidante ma, per quanto grave, permette comunque di vivere in modo soddisfacente ma in questo è la forza di volontà della persona ad essere determinante. Quindi il consiglio che mi sento di dare a tutti i ragazzi è di fare sport senza abbandonare la scuola, perchè poi saranno queste esperienze a fare la differenza tra l'arrendersi di fronte a una difficoltà oppure sorpassarla o addirittura farla diventare un'opportunità come nel mio caso. Devo dire che, pur facendo una vita soddisfacente anche prima, dopo l'incidente ho potuto trovare una serie di opportunità che ho saputo cogliere al volo e che mi hanno permesso di vivere la mia vita in modo molto migliore di prima, grazie alle soddisfazioni che sto avendo in ambito sia sportivo che familiare.



12/11/2016
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